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LA STORIA DELLA MINI A metà degli anni '50 la neonata BMC, British Motor Company, voleva realizzare una vettura da città, piccola ed economica, ma in grado di trasportare almeno 4 persone. Leonard Lord, a capo della BMC, affidò il compito all'ingegnere d'origine greca Alec Issigonis. Issigonis fece un capolavoro: grazie alla disposizione anteriore trasversale del motore, al cambio montato sotto il motore (con coppa dell'olio unica) e alla trazione anteriore, la vettura, lunga appena 303 centimetri, poteva ospitare (con discreto spazio) 4 persone. La carrozzeria era a 2 volumi con 2 porte. Ma non era tutto,
Issigonis inserì altri dettagli come le sospensioni a ruote indipendenti con elementi elastici in gomma (al posto delle molle), le ruote da 10 pollici (per limitare l'invasività nell'abitacolo dei parafanghi) e lo sportello del vano bagagli (in sé angusto e occupato, per 1/4, dal serbatoio del carburante) ribaltabile verso il basso (come anche la targa, che era sempre visibile) per trasportare colli ingombranti. Il motore era un classico A-Series (dotato di un albero a camme laterale), con cilindrata ridotta a 848cc, alimentazione a carburatore e potenza di 34 cv. Per farlo entrare nel piccolo vano, Issigonis aveva dovuto spostare il radiatore sul lato sinistro del motore.
Per contenere i costi di produzione le cerniere delle porte e le saldature (mascherate dai gocciolatoi) erano a vista.
La vettura debuttò il 26 Agosto del 1959, con marchi Austin e Morris. Sia l'Austin Seven che la Morris Mini Minor (questi i nomi commerciali) erano disponibili negli allestimenti standard e De Luxe. Nel 1960 venne lanciata la versione station wagon della Mini, con passo allungato, portellone a doppio battente e listelli in legno. La nuova versione, dotata dello stesso motore della berlina, era disponibile nella versione Austin (denominata Seven Countryman) e Morris (Mini Minor Traveller), negli allestimenti standard e De Luxe. Nel 1961 la versione con listelli in legno venne affiancata da quella con carrozzeria interamente metallica. Sempre nel 1961, per offrire un modello dotato di un bagagliaio più capiente, venne presentata una versione a 3 volumi (con coda dotata anche di "pinne") della Mini. La linea, discutibile, presentava anche un frontale ridisegnato, con una calandra a sviluppo verticale. La nuova variante della Mini venne commercializzata in due versioni: Wolseley Hornet (più economica) e Riley Riley Elf (più lussuosa, con plancia in legno). Ma il 1961 fu un anno importante per la Mini soprattutto per il lancio della Mini Cooper, ovvero la versione sportiva elaborata da John Cooper (titolare dell'omonimo team di Formula 1). L'elaborazione consisteva, essenzialmente, nell'incremento di cilindrata da 848 a 997cc, nell'adozione di 2 carburatori tipo SU da 1.25, di freni anteriori a disco e di un assetto rivisto. La potenza di 55cv (non molti in assoluto) era sufficiente, abbinata alle straordinarie doti stradali della Mini, a garantire ottime prestazioni. La Mini Cooper, opportunamente elaborata, si aggiudicò la vittoria di classe del rally di Montecarlo del 1963, con alla sua guida il pilota Timo Mäkinen. Alla fine dello stesso anno le Wolseley Hornet e le Riley Elf adottarono un motore di cilindrata maggiorata a 998cc e potenza di 38cv. Sul finire del 1964 tutte le Mini berlina (incluse le Cooper, le Cooper S e le varianti Wolseley e Riley) adottarono le sospensioni Hydrolastic, già montate dal 1962 sulle Austin e Morris 1100. Le versioni station wagon mantennero, invece, le sospensioni d'origine. Con l'occasione la Cooper venne affiancata dalla Cooper S, con motore di 1071cc da 70cv. La Cooper S (1071cc) con potenza portata a circa 85Cv s'aggiudicò il rally di Montecarlo edizione del '64. Nel 1964 la gamma Cooper e Cooper S cambiò ancora, con l'introduzione di una nuova versione per la Cooper "normale" con motore portato a 998cc (55CV) e la produzione di due nuovi modelli Cooper S 1.0 (970cc, 65cv) e la Cooper S 1.275 (1275cc, 76cv) che si andarono ad affiancare alla oramai famosa versione da 1071cc (70cv)che vinse il Monte Carlo del '64. La Cooper S 1.275 si aggiudicò inoltre nuovamente il rally di Montecarlo nel 1965, 1966 (fu tuttavia squalificata per fanali irregolari) e nel 1967, nonché il rally dell'Acropoli del 1967. Bisogna premettere che inizialmente lo stesso Issigonis all'idea di elaborare la "sua" Mini non era particolarmente entusiasta ma fu lo stesso Cooper all'inizio degli anni '60 a farlo ricredere anche grazie ad una dimostrazione pratica delle potenzialità della piccola vettura. La risposta alla domanda del titolo è facile: "se si vuole vincere il più possibile bisogna portare macchine in più categorie". La "S" da 1071cc non poteva competere nelle classi sotto i 1000cc e inoltre aveva molte difficoltà a competere con certi giganti, sia di mole che di cilindrata e potenza, nella categoria assoluta dei rally (la vittoria assoluta al rally di Monte Carlo del '64 era stata ottenuta grazie alla correzione del tempo finale come previsto dal regolamento dell'epoca in base alla cilindrata). Per questi motivi fu messa a punto la Cooper S 1000 (prodotta in poco più di 900 esemplari) per gareggiare nelle categorie riservate alle piccole cilindrate mentre la 1275cc fu pensata per competere nella classe assoluta aperta anche a vetture di oltre 2000cc. Nel 1967 fu introdotta la Mini Mk2 che venne prodotta fino al 1969. In verità le modifiche furono modeste e diversificate a seconda delle versioni. Le Mini berlina di Austin e Morris (incluse le Cooper) adottarono una nuova calandra (ampliata), un lunotto leggermente ampliato e luci posteriori rettangolari (senza la luce della retromarcia) e interni monocolore neri (Cooper e Cooper S). Nel 1969, tolte di produzione le poco gradite Wolseley Hornet e Riley Elf, la British Leyland (nuova denominazione della BMC) decise di rendere la Mini una marca a sé stante (abolendo la doppia denominazione Austin e Morris) e d'intervenire sul modello in due direzioni: migliorando la Mini classica e introducendone una versione di lusso (modificata anche esteticamente) in grado di prendere il posto delle dismesse Hornet ed Elf. Il miglioramento della Mini classica si sostanziò, essenzialmente, nell'abolizione delle cerniere a vista sulle porte, nell'adozione dei vetri discendenti (prima erano scorrevoli) e nell'eliminazione delle sospensioni Hydrolastic. All'interno venne modificata la plancia (con la strumentazione spostata al centro e racchiusa in un pannello ovale). La versione station wagon, priva di cornici in legno, si chiamava ora Traveller. Per la versione di lusso la British Leyland decise di puntare su un sostanzioso restyling interno ed esterno. Venne così lanciata, sempre nel 1969, la Mini Clubman. Rispetto alla versione classica la Clubman differiva solo nel frontale (squadrato e allungato) e negli interni (con plancia e sedili ridisegnati). La gamma Clubman comprendeva anche la versione station wagon (con muso ristilizzato e coda identica a quella della Traveller classica), denominata semplicemente Estate. La Clubman berlina soffriva di un evidente squilibrio estetico, generato dalla cattiva armonizzazione tra il frontale squadrato e la coda tondeggiante della Mini. Molto più riuscita la Estate (con la fiancata percorsa da una fascia in finto legno), nella quale le linee tese della coda ed il passo lungo si fondevano meglio (persino della Traveller) col nuovo frontale. Nel 1980 la Clubman berlina uscì di listino (rimpiazzata dall'Austin Metro), mentre la Mini City adottò il motore di 998cc. Nel 1982, con l'uscita di scena della Mini Clubman Estate (che pure aveva goduto di un buon successo, molto superiore a quello della berlina) la gamma Mini venne riorganizzata. Alla base si poneva la Mini 1.0 E (riconoscibile per i paraurti neri, la strumentazione ridotta, dotata di un unico strumento al centro della plancia, e i rivestimenti meno pregiati), mentre al top c'erano la Mini 1.0 HLE (con interni migliori e strumentazione spostata davanti al guidatore) e la Mini Mayfair, che presentava la dotazione della HLE con in più interni di maggior pregio, poggiatesta anteriori e contagiri. Nel 1984, dato che anche l'Austin Metro non aveva sfondato, la British leyland intervenne ancora sulla Mini classica, dotandola di carreggiate allargate, freni anteriori a disco, codolini in plastica nera sulle ruote, diversi rivestimenti interni. La versione base tornò a chiamarsi City. Una serie impressionante di versioni speciali si susseguì senza tregua tra il 1985 ed il 1991: Mini 25, Mini Red Flame, Mini Red Hot, Mini Check Mate, Mini Studio 2, Mini Piccadilly, per citarne alcune. Nel 1991 la Austin Rover, nuovo nome della British Leyland, intervenne ancora sulla Mini, principalmente per ragioni di sicurezza ed inquinamento. La scocca venne rinforzata, mentre il motore, ora di 1275cc, adottò l'alimentazione a iniezione elettronica single point e la marmitta catalitica. La potenza era di 50cv. L'unica versione disponibile sul nostro mercato era la Mayfair (con carrozzeria chiusa o dotata di tetto apribile in tela Open Classic). La calandra tornò cromata. Nel 1991 venne reintrodotta la versione Cooper riconoscibile per il tetto bianco o nero, i cerchi "Minilite" da 12 pollici e le strip adesive sul cofano motore), con motore 1275cc a carburatore (MK5) fino al 1992 e poi a iniezione singlepoint "spi" (MK6) sempre da 63cv e catalizzate. In questi anni si dà vita ad un acceso campionato mononomarca di velocità su pista riservato alle Cooper. Ci sono competizioni che tuttora, in piu' parti del mondo, vedono le mini come protagoniste.
Nel 1993 arrivò anche la Mini Cabriolet, con motore della Cooper, allestimenti arricchiti (la plancia era in legno) e vistose appendici aerodinamiche.
Nel 1997, col passaggio dell'Austin Rover alla BMW, la gamma venne ulteriormente aggiornata: motore multipoint "mpi", airbag guida, barre nelle portiere, cinture di sicurezza con pretensionatore, radiatore frontale, nuovi interni. La gamma comprendeva le versioni Classic, Cooper(MK7), Cooper Sport-Pack. Quest'ultima aveva fari supplementari, cerchi da 13 pollici, carreggiate allargate e codolini maggiorati. Non venne riproposta la Cabriolet. IN ITALIA Il grande successo si riversa anche in Italia con le vittorie delle Mini elaborate da John Cooper ma per gli Italiani il prezzo elevato a causa dell'importazione ne impediva l'acquisto riducendosi a vettura snob.
Così l'Innocenti, avendo già avuto accordi con la casa inglese per la produzione in Italia di un altro modello Austin ottenne la licenza di produrre in Italia le Mini e così avviò la costruzione nel Settembre del 1965 presso gli stabilimenti di Lambrate.
Fu un successo enorme e la Mini divenne un fenomeno di costume. Le Mini italiane erano leggermente differenti da quelle inglesi, erano più rifinite internamente, avevano la calandra anteriore differente ed il cofano posteriore adeguato alla targa quadrata in uso a quel tempo.
La produzione iniziò con la Mini Minor 850, affiancata nel Marzo del 1966 con la Cooper 1000 e nell'Ottobre dello stesso anno dalla Mini t (traveller) giardinetta con i profili laterali in legno. |
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